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| news: 2010 |
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CRISTINA COMENCINI IL SENSO DI MATERNITà NON è SCONTATO SOLO L' UOMO PUò ' SALVARE' LA DONNA
23 luglio 2010 La Repubblica di Maria Pia Fusco
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ROMA Marina e Manfred, l' incontro di due solitudini. Lei vive il tormento di non essere la brava madre che vorrebbe essere e decide di trascorrere una settimana in montagna sola con il bambino di due anni, per dimostrare al marito - e a se stessa - che invece può farcela. Manfred è il proprietario della casa affittata da Marina: un uomo ruvido, brusco, taciturno, segnato dall' abbandono della madre e della moglie. Una notte Manfred trova il bambino ferito con Marina incapace di reagire. Capisce che è accaduto qualcosa che lo avvicinerà alla donna, un sentimento forte e inespresso che li aiuterà a scoprire i rispettivi lati oscuri. Marina e Manfred sono i protagonisti di Quando la notte, il romanzo di Cristina Comencini (Feltrinelli) che, coni volti di Claudia Pandolfi e Filippo Timi, rivivranno la loro storia nel film che la stessa scrittrice ha sceneggiato con Doriana Leondeff e di cui comincerà le riprese il 23 agosto a Macugnaga, ai piedi del Monte Rosa. In realtà avrebbe dovuto fare il film dall' altro suo libro, L' illusione del bene sulle difficoltà di un uomo di trovare punti di riferimento sentimentali e professionali dopo il crollo del comunismo: «Con Rulli e Petraglia ho anche scritto una sceneggiatura, ma ha bisogno di sedimentare. È un tema troppo delicato», spiega la regista e scrittrice. Eppure n e m m e n o Quando la notte - costruito soprattutto sui monologhi interiori dei due personaggi - sembra facile da portare sullo schermo. «Ho scelto di raccontarla al contrario, partendo dalla fine, quando Marina torna nel paese dopo 15 anni e rivive l' accaduto, vedremo i fatti oggettivamente. Il film sarà diverso nello stile dal libro e da quello che ho fatto finora. Ho a che fare con due attori bravi, l' intensità è tutta nei loro sguardi e durante i provini si è stabilita subito tra Claudia e Filippo quella cosa misteriosa che è l' alchimia, necessaria in questa storia. Girerò tutto a Macugnaga, il paese, la casa, il rifugio, che non sarà facile da raggiungere per una troupe. Interromperemo il 9 ottobre per aspettare la neve di novembre. L' atmosfera della montagna è essenziale, perché nel silenzio racchiude ed esalta i pensieri, i sentimenti, le emozioni, una storia così non potrebbe svolgersi altrove.È la prima volta che giro un film così impervio, anche dal punto di vista logistico e produttivo. Ed è la prima volta di una storia d' amore». Lei ha raccontato la famiglia, allargata, scomposta, ricomposta. In questo caso sembra volerla destrutturare... «Forse voglio tornare all' origine, un uomo, una donna e un bambino, che, fuori dalla famiglia, ricostruiscono un "a tre" particolare in un ambiente vergine come la montagna. Marina e Manfred potranno rientrare nella normalità della famiglia, ma le cose che hanno messo in gioco e l' intimità profonda della conoscenza reciproca hanno stabilito tra loro qualcosa di speciale. Il film non avrà un finale sentimentale, il personaggio di Manfred è la negazione di ogni sentimentalismo, però le immagini suggeriranno che tra i due c' è un legame per la vita. Mi piace molto Manfred, perché è uno che si aspetta sempre il peggio dalla vita e dagli altri, è uno incazzato. E oggi credo che incazzarsi sia una cosa positiva». La maternità è anche il tema di Lo spazio bianco di sua sorella Francesca... «Perché è un argomento non ancora esaurito. Spesso se ne parla come di una cosa naturale, ma non né così, è molto più complessa. Per me è legata al rapporto con l' uomo, non necessariamente il marito. Come nel caso del film, in cui è Manfred, che conosce e soffre dell' abbandono, a "salvare" Marina, l' aiuta a sentirsi una brava madre. Io sono passionale, l' uomo è importante, anche per sfumare il concetto della "sacralità" della madre. Del resto l' amore materno non è un dato assoluto - basta leggere le cronache - e oggi è ancora più importante riportarlo all' interno dell' amore uomo-donna. Per non lasciarli soli». Che rapporto ha con la montagna? «Molto forte, è nella memoria delle mie vacanze, con il privilegio di aver imparato a sciare con un maestro come Achille Compagnoni, che appariva anche nel film di mio padre Tuttia casa. Scrivendo il personaggio di Manfred avevo in mente una guida con barba e baffi che ho conosciuto da ragazzina, mi fece scoprire l' abitudine al silenzio». Lei sa come divertire con la commedia. Non ne ha voglia? «Credo di aver raggiunto il massimo in teatro con Due partite, un punto d' arrivo per ridere delle donne, dell' amore, della famiglia, della maternità, del femminile in generale. È stata un' esperienza fantastica, non avevo mai scritto per il teatro, è stato un successo inaspettato, incredibile, l' hanno comprato in tanti paesi, proprio in questi giorni abbiamo venduto i dirittia Leningrado. Ma alla commedia si torna sempre, prima o poi succederà».
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SET IL REGISTA PREMIATO ALLA MOSTRA DI VENEZIA GIRA «TERRAFERMA» TRA I PROTAGONISTI DONATELLA FINOCCHIARO
20 luglio 2010 Corriere della Sera di Valerio Cappelli
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LINOSA - Emanuele Crialese piazza le sue macchina da presa tra le onde e la roccia nera. Ora gli abitanti li ha conquistati, ma c' è voluto tempo. E comunque non vogliono apparire nel suo nuovo film, Terraferma, il primo che si gira a Linosa dopo il documentario degli Anni 50 Un' isola ha sete, e almeno questo problema è stato superato. «Io sono qui da quattro mesi. È un' isola difficile, non ci sono strutture, non c' è una banca, un unico Bancomat e il tecnico venuto a ripararlo col traghetto traballa ancora per le onde, la frutta arriva una volta alla settimana. Linosa è un lapillo, è giurassica». E infatti a Lampedusa, più evoluta e attrezzata, meno sogno in mezzo al mare, li chiamano «i linosauri». Vengono gli stranieri?, chiediamo a uno dei 400 che l' abitano. «Sì, i milanesi soprattutto», risponde. Crialese, c' è l' acqua di Lampedusa in Respiro, che vinse a Cannes «La Settimana della critica»; c' è l' acqua in Nuovomondo, Leone d' Argento a Venezia nel 2006. Ora fa di questa piccola montagna di lava lo scenario universale di una storia di pescatori, e di clandestini e turisti. «È un tornare indietro nel tempo». Un romano che ama il mare più remoto e lontano della Sicilia, tanto da tornarvi; il mare come estremo rifugio contro l' «inquinamento» delle attività umane? «L' acqua per me è la mancanza di gravità, l' assenza di un peso preciso, ed è impossibile da definire; esistono i confini marini ma non si vedono, è uno spazio che quando lo guardi è così da chissà quanto tempo, appartiene al nostro pianeta ma non è un nostro elemento, non ci sono città sul mare, è una cosa delle origini, l' acqua è vita. Qui mi sento protetto, ed è devastante». Bisogna aspettare i giri del vento e gli umori delle correnti. E in questa natura leopardiana Crialese, 45 anni, colloca lo sguardo visionario e le immagini simmetriche, la sua folle geometria, le sue ossessioni (l' isola, i pescatori, un personaggio femminile forte, gli immigrati), una levigatezza metafisica che corrisponde al paesaggio lunare. «C' è la voglia del viaggio, dell' altra vita come dimensione di azzeramento, la mia idea che ognuno di noi sogna di rompere qualcosa del passato per cominciare il presente. La protagonista del film, Donatella Finocchiaro, sente l' esigenza di andare altrove». Ha perso il marito, è ancora piacente, che ci fa lì; ha un figlio, Filippo Pucillo, l' attore-mascotte che aveva 9 anni in Respiro e ora ne ha 20: «È selvaggio, anacronistico, puro». Il nonno è Mimmo Cuticchio, si rifugia nella grotta come gli isolani al tempo dei borboni, ha capito che si guadagna più a vendere la barca da pescatore che a pescare per 40 anni. Martina Codecasa è una turista. Poi c' è Beppe Fiorello, il cognato di Donatella, il primo a annusare l' aria buttandosi nella speculazione turistica. «Non racconto una cosa ma un contesto, dei temi affrontati attraverso la vita di alcuni personaggi, una metafora che porta a una domanda; è un film sulla solidarietà, su cosa vuol dire progresso e ciò che dà la possibilità di aiutare l' altro. Una famiglia di ignoranti vive contro il proprio paese che vuole denunciare i clandestini. Bianchi e neri sulla stessa spiaggia». Non le farà piacere, ma ricorda Verso l' Eden, il film di Costa Gavras con Riccardo Scamarcio. «Forse raccontiamo le stesse cose, ma in modo diverso». Linosa non è Lampedusa...«Potrebbe essere un' altra isola. E comunque da quando sono qui ho visto con i miei occhi cinque sbarchi, ogni volta 70 persone a bordo, gli abbiamo cucinato la pasta, non ci hanno voluto dire da dove vengono e i carabinieri ci hanno proibito di filmarli». Non erano finiti gli sbarchi? «Lo dicono, si fa finta che le cose non succedono. Non siamo razzisti ma accendiamo la tv e ci piomba addosso la paura, la politica è una grande regìa, crea un pericolo, lo risolve e prende i voti». Sta girando un pamphlet politico? «Per carità, politica è una parola che non so più cosa vuol dire». Lei in Nuovomondo ha raccontato i nostri primi immigrati a New York. «Se avessi saputo com' è l' emigrazione oggi, non l' avrei fatto quel film. È una realtà imparagonabile, i nostri contadini non avevano radio e tv, questi sanno tutto, e mentono a chi resta a casa, sono solo viaggi eroici, la visione di una vita migliore ma disattesa e mai divulgata». Il titolo, Terraferma, ci rimanda all' idea dell' approdo e della staticità. Cambia le scene e i dialoghi giorno per giorno, poi sul set ha il controllo totale e si capisce perché Fellini è il primo nome incantato che gli viene in mente: «Il cinema italiano è prigioniero del retaggio della commedia e del neorealismo». «È un film difficile di cui ci siamo innamorati, ha fascino dell' immagine e forza drammaturgica». Riccardo Tozzi lo produce per Cattleya («8 milioni, una componente importante del finanziamento ci auguriamo venga dalla Regione Sicilia»), con Rai Cinema, distribuzione 01. L' approdo naturale sarà il Festival di Cannes. Crialese per mantenersi nella formazione a New York ha fatto il cameriere, il ristoratore finanziò il suo primo film, Once We Were Strangers, ospitato al Sundance Festival di Robert Redford. Guarda già oltre l' orizzonte, un film sui bambini di strada di Rio de Janeiro, un altro sul quartiere-favela di Palermo Zona Espansione Nord, «che paradossalmente si legge Zen». Rio e Palermo, sarà ancora circondato dall' acqua. «Già». Sorride. E se ne va tra le case di pietra lavica e pozzolana ridipinte dalla troupe.
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LUCHETTI, OZPETEK E VIRZI': SFIDA AI NASTRI
28 maggio 2010 Corriere della sera di
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Luchetti, Ferzan Ozpetek e Paolo Virzì: sfida a suon di nominations per i Nastri d'Agento 2010. Sono infatti La nostra vita, appena presentato a Cannes, Mine vaganti e La prima cosa bella i 3 film iscritti con il massimo delle candidature, 10, nelle cinquine che saranno votate dai giornalisti cinematografici del Sngci. In cinquina per il Nastro per il regista anche Giorgio Diritti con L'uomo che verrà (7 candidature) e Francesca Comencini con Lo spazio bianco (4 candidature).
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LA NOSTRA PALMA
24 maggio 2010 La Repubblica di Natalia Aspesi
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Il premio al miglior attore non andava all'Italia dal 1987 quando vinse Mastroianni per "Oci Ciorne". Migliore attriche Juliette Binoche. Miglior regista Almaric.
E finalmente il premio al miglior attore, sia pure ex equo, diviso comunque con un collega di talento e celebrità internazionale, è andato a un italiano, Elio Germano, protagonista di "La nostra vita" di Daniele Luchetti. Chi ha saputo di questa bella e meritata vittoria dal Tg1 minzoliniano, non ha potuto ascoltare le sue parole, «dedico il premio all'Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere migliore questo nostro paese nonostante la loro classe dirigente». Immediatamente censurate perchè per prudenza ormai è meglio imbavagliare tutto, cosà il ministro Bondi non si arrabbia.
Gli altri premi importanti se li sono presi i francesi, miglior attrice, miglior regia, gran premio della giuria; il Ciad, premio della giuria; la Corea del Sud, premio per la miglior sceneggiatura. Con un presidente di giuria come Tim Burton, con quei capelli elettrici e la sua passione d'autore per pianeti delle scimmie, spose cadaveri, mani di forbici e naturalmente Alice con cappellai matti e regine di cuori, era ovvio che non avrebbe resistito a "Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti" di Apichatpong Weerasethakul: e Burton deve aver immaginato cosa il giovanotto thailandese potrebbe fare con il 3D o altre supertecniche miliardarie, quando con pochi dollari è riuscito a creare rustici misteri, magie bonarie, visioni fiabesche anche se molto di cartone, partendo dalla storia degli ultimi giorni di vita di un apicoltore che si sottopone a dialisi e si trova benissimo col fantasma della moglie e con l'orango che era precedentemente suo figlio.
Un attore italiano non vinceva a Cannes da 23 anni, da quando cioè un meraviglioso Marcello Mastroianni era stato premiato per Oci ciornie di Mikalkov e il presidente di giuria era Yves Montand. L'ultima attrice era stata Virna Lisi nel 1994, per il ruolo di Caterina de Medici in La regina Margot, presidente di giuria Clint Eastwood; l'ultima Palma d'Oro risale al 2001, La stanza del figlio di Moretti, presidente Liv Ulmann mentre nel 2008 Sorrentino (Il divo) e Garrone (Gomorra) hanno vinto uno il premio della giuria e il secondo il gran premio, presidente Sean Penn. Germano ha diviso il premio con Javier Bardem, che aveva gioco facile, non solo perchè sta con Penelope Cruz (cui ieri ha mandato baci dal palcoscenico chiamandola mio amore), non solo è un grande attore, ma perchè nel film del messicano I¡rritu, "Biutiful", interpreta sin dalla prima scena un padre che sta per morire e deve sistemare gli amatissimi figli, mentre non gli viene risparmiata nessuna disgrazia. Le disperazioni e le lacrime per un attore sono una manna, non solo per Bardem, ma anche per Germano, che vedovo inconsolabile nel film di Luchetti, urla piangendo la canzone che lo legava all'amata moglie morta di parto, "Anima fragile" di Vasco Rossi.
Per placare gli animi di chi, pur cinefilo, riteneva la Palma d'Oro all'Impronunciabile un'esagerazione, il Gran Premio che è poi come una Palma d'Argento, bisognava darlo a un film probo, francese, con grandi attori: e se lo è giustamente preso "Des hommes et des dieux" di Xavier Beauvois, che contiene tutto il necessario: terrorismo e trappismo, tolleranza e violenza, fede cristiana e pacifica convivenza con i musulmani, fragore di elicotteri e cori angelici, ricordando una tragedia vera e non ancora del tutto chiarita, l'assassinio di sette monaci francesi (se ne trovarono solo le teste) nel marzo del 1996 in Algeria. Si sa che le giurie più sono colte ed eleganti più sono democratiche: si è avuta quindi l'impressione che distribuendo i premi, si sia tenuto conto anche del paese da cui vengono i registi: quello a Juliette Binoche ("Copia conforme") è un omaggio a Kiarostami, e un modo di ricordare Panahi, il collega che fa lo sciopero della fame in carcere in Iran; quello a Mahamat-Saleh Haroun ("L'uomo che grida") per non dimenticare i tanti stermini africani, e anche la stessa Palma d'Oro va al regista di un paese nel caos, in preda alla violenza e alla più feroce repressione.
E le ciccione di "Tournée" del simpaticissimo Mathieu Amalric, premio alla regia? Nessuno lo aveva preso in considerazione, sbagliando: perchè la storia di queste ragazze americane che appartengono al New Burlesque, una specie di presa in giro dello spogliarello in chiave femminista e creativa, sono meravigliose, e tanto per stare nella generale aria cimiteriale di questo 63° Festival, la loro allegria, le loro provocazioni erotiche, sono quanto di più malinconico si riesca a immaginare da donne con seni e sederi così imponenti.
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